Il labirinto del silenzio
Francoforte, 1958. Johann Radmann è un procuratore deciso a fare 'quello che è giusto'. Un principio autografato sulla foto del genitore scomparso e di cui conserva un ricordo eroico. Ma i padri della nazione a guardarli bene sono più mostri che eroi. Avvicinato da Thomas Gnielka, giornalista anarchico, conosce Simon, artista ebreo sopravvissuto ad Auschwitz. Simon ha riconosciuto in un insegnante di una scuola elementare uno degli aguzzini del campo di concentramento. Come lui, molti altri 'carcerieri' e ufficiali sono tornati alle loro vite. Colpito dal dolore di Simon e dall'ostinazione di Thomas, Johann si occupa del caso. Schiacciato tra il silenzio di chi vorrebbe dimenticare e di chi non potrà mai dimenticare, chiede consiglio e aiuto a Fritz Bauer che gli darà carta bianca. Testimonianza dopo testimonianza, Johann Radmann prende coscienza dell'orrore, ricostruisce il passato prossimo della Germania e avvia il 'secondo processo di Auschwitz'.
Vale la pena? — Il labirinto del silenzio
3 motivi per guardarlo
- La scena in cui il protagonista scopre la foto del padre tra i nazisti ti spacca la testa
- Il giornalista anarchico Thomas è un personaggio che ti resta addosso tipo quelli di Boris
- Il finale ti lascia con la domanda 'e adesso che faccio?' che ti gira in testa per giorni
A chi piacerà
Se hai amato la tensione investigativa di Dark o le storie di giustizia in Mare Fuori, ma vuoi qualcosa di più storico. Perfetto per le serate in cui hai voglia di un film che ti fa pensare senza essere pesante.
3 motivi per non guardarlo
- Se cerchi azione o colpi di scena ogni 5 minuti, qui zero
- Il ritmo è lento, ti avverto, non è una maratona da binge
- La trama è tutta su dialoghi e indagini, skip se non ti piacciono i procedural
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